lunedì 16 maggio 2016
Un po' di storia
Sono la classe proletaria, i lavoratori delle fabbriche, che vanno in giro in Lambretta o in Vespa ma non hanno una chiara identità politica, perseguendo solamente una generale opposizione all'oppressione della classe dirigente.
Gli Skinhead sono ribelli, sono liberi e sono contestatori; vivono in strada, spesso nel ghetto, conoscono quella realtà e di quella si occupano e si preoccupano; sono lavoratori che pensano ai diritti della loro classe, non si interessano di politica e non vanno a votare. Fanno lavori umili per di sbarcare il lunario ma non si vergognano delle loro origini, anzi le ostentano portando anche nella vita di tutti i giorni la divisa da lavoro (gli anfibi ed i capelli corti che venivano rasati per questioni igeniche). E non tutti sanno che essendo i primi Skins di derivazione Rude, erano anche neri.
Come nella migliore tradizione proletaria inglese, sono orgogliosi ed incazzati ma non necessariamente criminali: sono fieri di essere proletari e fieri di essere operai.
La politica nel movimento Skin entra di forza attorno alla fine degli anni 70 col nascere del movimento punk: gli Skinhead, che prima ascoltavano Ska e Reggae fanno propria la musica Punk, la contestazione, fanno entrare l'Anarchia nelle loro vite come ideologia, come ideale. Di derivazione Punk è appunto lo Street Punk, il genere musicale che viene ascoltato dagli Skin del '77: è musica incazzata e veloce fatta di riff semplici che a volte sfociano nell'Hard-core. E' uno stile grezzo, di strada appunto. Gli Skin fanno proprio le idee del movimento Punk di contestazione e le trasferiscono nel loro habitat di sempre: la strada.
Gli Skins si amalgamano così bene con i Punks che spesso i due movimenti si fondono assieme: Skin & Punk è il motto che viene fuori da molti gruppi non solo musicali, a cavallo tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli 80. Al fianco dello Street si sviluppa un nuovo sottogenere del Punk detto Oi!, che rappresenta la fusione fra Punk e Skin: è musica rozza e popolare, di chiara derivazione Punk (che già di per se è semplice ed immediata), con cori da stadio nei ritornelli, e riff di chitarra molto semplici.
Come il Punk anche il movimento Skin varca i confini inglesi e si sviluppa durante gli anni 80 in Europa e nel mondo.
In Germania gli Skins sviluppano, al fianco del movimento Street ed Oi!, una nuova branca che, a parte l'abbigliamento, condivide molto poco con i colleghi britannici: sulla strada non si impara più la sopravvivenza, ma si promuovono idee illiberali e filo-naziste. Gli Skin tedeschi iniziano ad abbracciare la sottocultura nazista, portandola sulla strada e negli stadi.
Contemporaneamente, in Inghilterra, movimenti politici di estrema destra iniziano ad interessarsi ai giovani, promuovendo le loro idee anche sulla strada: nascono così gli Skin88, che fanno proprie le idee di supremazia della razza bianca e dell'antisemitismo, richiamando idee naziste.
In Italia il movimento Skin si sviluppa in maniera genuina per tutti gli anni 80, con il diffondersi della musica Punk. Il movimento segue pressapoco la strada tracciata dai colleghi Inglesi e per tutti gli anni 80, gli Skins sono amalgamati con i Punks e ben pochi sono gli Skin di derivazione filo-nazista.
Verso la fine degli anni 80 gli Skin italiani abbracciano una nuova passione, ovvero il calcio: il movimento Skinhead viene confuso dai media e dalla stampa italica con gli Ultras (che di Skin, a parte la testa rasata non hanno nulla) e diventa sinonimo di fascismo e del più bieco tifo da stadio. Lo Skin88 sbarca anche nella penisola e nascono i Naziskin anche in Italia; si contraddistinguono dai normali Skin per l'uso della mimetica (capo sconosciuto fino ad ora) e per la rasatura "a pelle" dei capelli.
I media ovviamente non si interessano delle distinzioni fra quelli che sono due gruppi che, a parte la testa rasata, non hanno punti di contatto e stigmatizzano tutto il movimento Skin, mettendo tutto in un unico calderone e facendo una gran confusione. Gli Skin diventano per tutti Naziskin, violenti, razzisti e xenofobi, che occupano le pagine dei giornali con le loro imprese negli stadi.
Il movimento degli Skin88 è forte e continua a diffondersi in tutta Europa dalla fine degli anni '80 e per tutti gli anni '90, sbarcando anche negli Stati Uniti dove è tuttora una potente organizzazione ben strutturata e gerarchizzata.
Questa progressiva espansione del fenomeno Nazi in America, preoccupa molto quelli che hanno abbracciato lo stile di vita Skin partendo dal movimento Inglese. Quasi contemporaneamente lo sbarco dei Naziskin in America infatti, proprio per contrastarne la diffusione, all'inizio degli anni '90 a New York nasce lo SHARP (Skin Head Against Racial Prejudice): è una organizzazione che trae ispirazione dagli Skinhead originali inglesi degli anni 60, che riunisce gli Skinhead di ogni colore con idee dichiaratamente antirazziste e non schierati politicamente; un ritorno alle origini insomma.
In America lo SHARP è distante da qualsiasi ideologia sia di destra che di sinistra, accogliendo fra le proprie fila coloro che sono dichiaratamente antirazzisti.
In Europa il movimento SHARP trova invece terreno fertile fra i movimenti di sinistra e da una sua costola nasce il RASH (Red and Anarchist Skin Head); il RASH incarna gli ideali comunisti ed anarchici, facendo propria l'idea dell'emancipazione socio-economica del proletario; Comunismo ed Anarchia vengono quindi considerate le uniche ideologie della classe operaia. Il RASH fa dei principi dell'antifascismo, dell'antirazzismo e dell'anticapitalismo le sue bandiere ed i suoi militanti dichiarano di credere nei principi di solidarietà, uguaglianza e libertà che sono anche il significato delle tre frecce presenti nel simbolo dell'organizzazione.
Al contrario degli Skin88, SHARP e RASH sono dei gruppi non strutturati che non fanno da "braccio armato" o da milizia a nessun partito politico. I due Network non hanno alcun rapporto con la partitocrazia parlamentare, sebbene alcuni singoli membri militino sia nella Rash che in partiti di estrema sinistra.
Perché vi ho raccontato tutto questo?
Per fare chiarezza.
Da qualche tempo frange di Skin88 stanno proliferando in Italia, supportate da un governo che promuove l'illegalità e l'odio razziale.
Però c'è da mettere i puntini sulle i: come avete letto i Naziskin non sono altro che una scopiazzatura mal riuscita del movimento originale degli Skinhead, che nulla aveva (o ha) a che fare con il nazismo e la supremazia ariana, essendo infatti un movimento apolitico e composto anche da persone di colore.
Tutta la storia del simbolismo Nazista è purtroppo costellata di furti ideologici: partendo dalla croce celtica fino ad arrivare alle teste rasate; e non mi stupisce perché i nazisti non hanno mai fatto altro nella loro storia se non copiare le cose pensate da altri, stravolgendone il significato.
Ed è sentendo ciò che dicono i giornali e la stampa disinformata che mi sono sentito in dovere di fare questa lunga precisazione sugli Skinhead.
Forse a ben pochi interesserà questo bel popò di informazioni che ho scritto, ma va bene comunque così.
lunedì 22 febbraio 2016
La mia su: Star Wars - Il Risveglio della Forza
Ho visto ben due volte questo film, a distanza ravvicinata in quel di dicembre e le mie impressioni si riconfermano (occhio agli
SPOILERS): se ad una prima visioneI personaggi nuovi funzionano. Rey spacca i culi ed è agile e carismatica come una cerbiatta, il ruolo della protagonista le calza a pennello, pur con tutti i difetti di sceneggiatura (che impari la forza in 30 secondi netti è una delle cose che stonano di più nel film).
Boyega un grandissimo: calato in un personaggio decisamente originale (per la saga) dà il meglio di sè. Un po' soldato, un po' cazzone, un po' eroe, un po' pavido, molto umano. Davvero un gran personaggio quello che gli hanno cucito addosso.
Kylo Ren all'inizio non mi aveva entusiasmato: troppo bimbominkia, con quel faccione pulito da minchiazza, non so, aveva qualcosa di sbagliato. Eppure è un cattivo originale e si vede che si sono sforzati di fare qualcosa di diverso, cercando di non discostarsi dalla tradizione. È un ragazzino arrogante e viziato e il film non fa nulla per nascondercelo. Stona davvero molto che venga preso a spadate da rey sul finale (lui addestrato da Luke e da Snook che le prende da una che impugna la prima volta una spada, è davvero una forzatura troppo evidente). Eppure è un personaggio che lavorando di sottrazione al carisma, risulta veramente interessante. Le scene nella foresta in cui si sente prima il rumore dello spadone che si accende (una spada esagerata e sboronissima, perfetta per quel tipo di personaggio) poi appare lui all'improvviso, trasudano epicità e carisma a fiotti. Il fatto che sotto la maschera non abbia cicatrici deturpanti è di per sé una gran bel colpo di scena (sono stronzo perché sì, non perché mi è capitato l'incidente).
BB8 è -davvero- adorabile. Io che ho sempre odiato i droidi di SW, devo proprio ammettere che il robottino è perfetto, anche più dei vecchi, odiosissimi droidi.
Po è un personaggio ancora acerbo: la sua presenza sul set è coincide con l'assenza di Han Solo e viceversa, il che è un male perchè potrebbe essere un bel personaggio, ma viene decisamente offuscato dalla presenza del suo charachter di riferimento. Peccato, insomma.
Infine la morte di Solo doveva esserci e doveva essere in questo film; Ford si stava mangiando tutto e levarlo di mezzo è la scelta saggia per dedicarsi ai nuovi personaggi come si conviene.
Altre cose che stonano, sono effettivamente la ricalcata della trama di Ep. IV (a volte PIU' GROSSO non vuol dire migliore) e altre piccolezze, ma tutto sommato ci siamo. Questo film mi ha dato l'idea di voler tracciare un solco netto con il passato, JJ che dice "Bene ragazzi, a voi vecchi quarantenni abbiamo dato quello che potevamo, vi abbiamo coccolato con le strizzatine d'occhio ed il fanservice, ora però vogliamo raccontare la nostra storia con i nuovi personaggi che, dai, vi son piaciuti". Se davvero l'intento era questo, dieci e lode.
Per Ep. VIII mi aspetto grandi cose.
ero a metà tra l'esaltato ed il perplesso, la seconda mi ha lasciato più esaltato che perplesso. Non è decisamente un film perfetto, ci sono delle cose che potevano essere strutturate meglio, altre che avrebbero dovuto essere totalmente riviste, altre che sono una figata senza se e senza ma.
PS: che peccato non aver visto Iko Uwais e Mad Dog menare calci acrobatici. Davvero.
E ancora non capisco lo spreco di un attore come Max von Sydow.
giovedì 18 febbraio 2016
La mia su: Straight Outta Compton
Non ho mai ascoltato quel genere musicale, ma conosco più o meno il periodo in cui è ambientato il film, il quale, alla fin fine, non è che una specie di agiografia su Ice Cube, Dr Dre e Eazy-E.
Ha tanti difetti, Straight Outta Compton, e pochissimi pregi (una bella colonna sonora, per esempio, ma non ci voleva molto); fra i primi, il più grosso, è non far capire assolutamente cosa significava, alla fine degli anni 80, vivere a Compton, Los Angeles. I NWA, nel bene o nel male, sono stati una band generazionale anche per chi, come me, non li ha mai propriamente ascoltati ma ha vissuto quel periodo e che li conosceva di nome; che ha visto il pestaggio di Rodney King al tg e che ha vissuto le sommosse popolari di Los Angeles.
Nel film si fanno dei vaghi accenni, ma questo è quanto: si preferisce piuttosto soffermarsi sull'epica dei suoi protagonisti (che la realtà ci ha insegnato a non essere per nulla "epici"), tralasciando tutti i risvolti sia politici del periodo, sia quelli "sporchi" dei suoi protagonisti.
L'unica cosa che mi viene da dire, ripensando al film, è un "che peccato".
lunedì 25 gennaio 2016
La mia su: Revenant - Redivivo
Ci sono dei virtusiosismi, il film ne è infarcito, che non sono al servizio della storia, dei personaggi o degli spettatori (come, per esempio, accadeva in quel film là con le macchine, sempre con Tom Hardy), ma che sono ad uso e consumo del regista. E non c’entra il fatto che già il libro avesse una storia semplice (ma non scarna come il film) e che il film, con il libro, non c’entra assolutamente nulla (a partire dall’ambientazione: quasi esclusivamente d’estate il secondo, d’inverno il primo): questo film è vuoto. Ma di quel vuoto pneumatico che ti fa essere distaccato, di cui ti importa più di “come ha girato quella scena?” piuttosto che “ma come se la caverà ora il personaggio?”.
Girato benissimo, per carità. Fotografato ottimamente.
Ma la storia? I personaggi? Dov’è il cuore del film?
A me Birdman non era piaciuto, ma almeno lì c’era un messaggio di fondo, qualcosa che la pellicola ti voleva e in un certo qual modo, riusciva a trasmetterti (per quanto il messaggio fosse insopportabile nella sua infinita spocchia).
Qui no.
Qui c’è puro esercizio di stile fine a sé stesso, senza nient’altro che l’ego di Iñárritu a sostenerlo.
Oh certo, si prova a fare LA POESIA, si sfiorano I GRANDI TEMI di cui la filmografia del regista è infarcita, ma sono, ancora una volta, vuoti e al contempo spocchiosi; non lasciano nulla, non dicono nulla. Sembrano messi lì solo perché era quello che ci si aspettava, non sono ne approfonditi, ne interessanti; solo pretenziosi.
Il che è un peccato, perché con un (bel) po’ di spocchia in meno, sarebbe venuto fuori un gioiello; ma, stando così le cose, è come vedere un ottimo piano sequenza o un’ottima fotografia, dentro il filmino delle vacanze di quella zia insopportabile che ti costringe a vedere cosa ha girato quando è andata in egitto a vedere i faraoni e di cui, in sostanza, non ti importa nulla.
Il problema fondamentale di The Revenant è che a ogni inquadratura si sente vivida la voce di Iñárritu che dice «Dio quanto sono figo! Dio quanto merito l’Oscar!»
Corollario: allo stato attuale, ci sono davvero pochi registi che disprezzo quanto Iñárritu e nessuno di più.
martedì 6 ottobre 2015
Abbiamo perso
Milano, Pisa, Torino, Bologna, Firenze, Bari. E poi Barcellona, Dublino, Francoforte, Londra. Ogni volta che vado in qualcuna di queste o in altre che non ho scritto, mi torna alla mente un pezzo della mia vita, un luogo, una persona.
Quante partite perdute che ho giocato. Quante mani balorde mi sono capitate fra le dita; eppure ho sempre giocato fino alla fine, anche a costo di rimanere in mutande, figurativamente e letteralmente.
Quindi un'altra sconfitta che sarà mai? Solo una cicatrice, un cerotto, l'ennesimo.
Riflettevo oggi, mentre camminavo da due ore nel centro di una città che avevo già vistato (era l'anno scorso, con degli amici venuti da Marostica, Lecco e Bologna), che quelli come me perdono sempre. E non è una forma di commiserazione, ne un tentativo di ricevere empatia: siamo destinati a perdere. Qualcosa, qualcuno.
Soprattutto quando dio o chi per lui (chiamatelo destino, se volete, io la chiamo sfiga), si mette a fare il birichino.
Abbiamo perso, tesoro.
Nessun lieto fine.
martedì 29 settembre 2015
In media res
Entrano a passo di danza in quella stanza che è il tuo Io e sembrano esserci sempre state.
Ci parli e pensi "Ma dove sei stata tutto questo tempo?" perché probabilmente le conosci da sempre. È strano, eppure succede. Queste persone con cui instauri subito un'affinità che non credevi di mettere nuovamente a disposizione di qualcuno, perché la fregatura è sempre dietro l'angolo.
Eppure.
Ci parli di cose di cui non parlavi da decenni non solo con altre persone, ma addirittura con te stesso, perché non ti fa paura farlo e non ti vergogni di quello che potrebbe pensare. Ti metti a nudo e lei semplicemente sorride; poi si mette a nudo anche lei, ti racconta dei suoi peccati e alla fine ti chiede "Ora non mi vuoi più parlare?". E perché non dovrei?
E infatti continuo a parlarci. Perché è bello farlo e perché, per una volta, sembra tutto così dannatamente... giusto. Normale, perfino.
martedì 22 settembre 2015
Tsunami
«E chi cazzo sono?» rispondo io.
Era il periodo che A. scopriva tutti questi gruppi "nuovi" e "strani", mentre io ancora ascoltavo Elettrodomestico dei Punkreas. E sì, avevo già passato da parecchio i 18.
Ma alla fine non era importante. Non è mai stato importante il "dove" o il "come", quanto il "con chi" e il "birre ne abbiamo?"
E così si parte, come è stato da che abbiamo la patente e com'è ancora adesso: in tre sulla Fiesta di A. che dirle "zozza" è farle un complimento, con cui abbiamo girato praticamente mezza Sardegna.
Siamo io, A. che guida (e che nessuno si azzardi a guidare al posto suo) Anto, con il suo fido cappello in testa per nascondere le calvizie e mezza cassa di birra ichnusa. Che la strada da fare è tanta, 150km per arrivare a Oristano e ci vuole qualcosa da bere per il viaggio. C'è sempre voluto qualcosa da bere per il viaggio, sia quando andavamo con la vecchia 500 a Cagliari e anche adesso, che al posto della birra ci facciamo i bibitoni di vodka e coca cola.
Partiamo insolitamente presto, verso le 6 (il concerto era alle 10 "trattabili", visto che qui in Sardegna l'orario è sempre indicativo) perché Anto rompe il cazzo "Così possiamo sdraiarci prima del concerto", dice lui e insolitamente organizzati (ché anche dopo tutti questi anni di zingarate, riusciremmo a fare tardi pure al nostro funerale) con Anto che ha la borsa frigo e le birre, A. che ha fatto benzina ed io che non ho fatto un cazzo.
All'altezza di Bonorva, ovvero a metà percorso, la metà cassa di birra ci saluta perché ce la siamo scolata tutta e urge correre ai ripari: non ci si può interrompere con mezza ubriacatura, quando ci sono ancora una settantina di chilometri da percorrere. Facciamo quindi una deviazione a Macomer, entriamo nel primo Sisa aperto e compriamo un'altra mezza cassa di birra che ci permetterà di arrivare a Oristano mezzi storti; cerchiamo il locale dove si terrà il concerto e ci sdraiamo qualche ora in macchina.
Verso le 9 entriamo dentro, paghiamo il biglietto e incontriamo L., che arriva da Siniscola e con cui abbiamo appuntamento. Inizia il giro di cocktail; all'epoca eravamo fissati a bere Long Island e ce ne scoliamo due a testa, ché la sete è prepotente e bisogna riacchiappare in qualche modo la mezza accensione del viaggio.
Il concerto inizia, ma io sono impegnato a scrivere messaggi con la mia ragazza di allora e, complice anche il quarto o quinto cocktail, non è che sono proprio lucido.
Poi non conosco manco una canzone e quindi di pogare non c'è proprio voglia.
Con l'ennesimo drink in mano, mi avvicino al palco e il gruppo inizia a suonare una canzone.
Il cantante si mette a petto nudo, scoprendo i tatuaggi che sembrano volergli scappare dal corpo e parte il testo.
"Quando l'ha incontrato, quando è stata vicino a lui, quando ha sentito il terremoto, non poteva pensare a me"
Sento questa frase, che mi colpisce come un pugno allo stomaco.
"Non poteva farsi venire i sensi di colpa, mi trema la voce mi trema il pensiero e CADE L'INTONACO DEL MIO PALAZZO SULLE MACCHINE!"
Sono lì, inebetito, mentre tutta la sala inizia a saltare, a urtarsi e a urtare; a cantare, a ballare e a baciarsi. Io lì, fermo, con quella che doveva sicuramente essere la faccia di un pazzo.
Poteva essere una qualsiasi canzone, di un qualsiasi concerto, di un posto qualsiasi. E invece fu proprio lì, con una sbronza da schifo in corpo e un cocktail nella mano che sentii Tsunami per la prima volta.
La ascolto tutta, attentamente, assaporo il testo come fosse un pezzo di vita che mi scorre davanti, un cazzotto dritto nella testa.
"Ragazzo forte non piangere, niente può fare più male di così. Quando sei triste, fai come me, il mondo in ginocchio... e noi a ridere."
La canzone finisce, il cantante dice qualche parola, ma io non lo ascolto: il pezzo è finito, la magia è finita e io torno dietro, a ordinare qualcosa da bere.
Qualche minuto dopo, dovrò correre fuori per vomitare anche l'anima, ma le due cose non sono collegate.
Quella serata finì con una vomitata, una marea di alcool e noi, di ritorno da Oristano, che prendiamo le vie più stronze per colpa del navigatore satellitare, che ci fa percorrere tutti e dico, tutti i paesini costieri. Ho questo vivido ricordo di me che a un certo punto mi sveglio in macchina, mi guardo attorno e siamo fermi di fronte a un cartello stradale.
«A. ma dove cazzo siamo?»
«NON LO SO! NON LO SO!!!»
Passano alcuni anni e io mi sono appena mollato con la mia fidanzata, sono in auto e ascolto praticamente in loop Tsunami. È l'unica cosa che le mie orecchie riescono a tirare giù, mentre ripenso a quello che è successo con quella che è la mia (appena) ex e di come sia del tutto simile al testo di Tsunami. Perché anche lei, certamente non poteva pensare me, ne farsi venire alcun senso di colpa.
E quindi eccomi qui che ascolto Tsunami, cercando di trovare la forza di ridere mentre tutto il mondo, il mio mondo, è a pezzi, disintegrato.
Ed io rido come un coglione.
Passano ancora gli anni e ora so chi sono i Sikitikis: dopo quella serata ad Oristano presi il loro album e lo ascoltai tutto e così feci con i precedenti e i successivi e quando sono in zona, non mi perdo un loro concerto.
Qualche mese fa, eravamo al solito circolo preso in gestione da Anto che, per finire la stagione invernale, ingaggia Diablo, ovvero il cantante dei Sikitikis. Chiaro che ci dobbiamo essere anche noi, possibilmente ubriachi come al solito.
Fa una bella serata Alessandro (questo il suo vero nome) e, a fine concerto, complice una sbronza imperante (ché senza coraggio liquido non mi sarei mai avvicinato), mi accosto da lui per scambiarci due chiacchere.
È un ragazzo alla mano, parliamo del più e del meno, mentre una tipa cerca di...boh probabilmente provarci. Con lui, non con me.
Gli racconto questa storia, la mia storia, di come ho conosciuto i Sikitikis e di come Tsunami mi abbia aiutato davvero in quel periodo di merda, quando una delle mie ex mi mise le corna mentre era in vacanza.
Gli racconto questa storia e poi concludo: "Tsunami era l'unica canzone che riuscivo ad ascoltare e che riusciva a risollevarmi il morale; è per questo che, quando verrete qua in zona, io ci sarò anche solo per un saluto, ve lo devo."
Lui mi ascolta, forse pensa che lo prenda per il culo, poi sembra vagamente imbarazzato e probabilmente un po' lusingato e mi ringrazia; mi ringrazia perché, dice, è il complimento migliore che gli potessi fare. Mi ringrazia perché gli fa davvero piacere e si vede, che una sua canzone mi abbia colpito così a fondo.
Il mondo in ginocchio e noi a ridere.
lunedì 21 settembre 2015
Il ragazzo di mezzo
Non credo di essere un brutto tipo, probabilmente ho un carattere particolare (un modo gentile per dire che sono un rompipalle), conosco abbastanza bene i miei difetti e ho imparato ad apprezzare i miei pregi, che non sono ne pochi ne molti. Sono tutto sommato una persona nella norma, cui piace giocare, scopare, bere, divertirsi e a volte anche amare.
Ho avuto alcune relazioni in trentatré anni di vita, alcune sono finite male (la maggior parte) altre bene (giusto una) e quello che ho imparato (a parte il dover chiudere sempre i flaconi dello shampoo e ad abbinare i colori) è che io sono il ragazzo di mezzo; sono il ragazzo che le donne hanno prima di trovare il vero amore.
Giuro, sistematicamente succede così: vuoi che mi tradiscano con il loro futuro sposo, vuoi che mi lascino e dopo qualche tempo (solitamente poco) trovino la persona giusta, io son sempre quello che prepara la venuta dell'amore nelle donne. Dovrei farlo come professione.
E mi sarei anche un po' rotto il cazzo, in realtà.
lunedì 14 settembre 2015
Rientro alla vita civile
Forse qualcuno di voi si sarà chiesto che fine avessi fatto e perché sono praticamente sparito dall'internet per un mese e mezzo.
Cos'è successo? Beh in realtà è molto semplice: dall'inizio di Agosto fino a tre giorni fa, ho lavorato nella cucina di un ristorante a 10-11 ore al giorno e non ho avuto letteralmente tempo materiale per mettermi a scrivere. Forse un giorno racconterò la mia esperienza (ce ne sarebbero di cose da dire), per ora mi limiterò a dirvi che ho ripreso a scrivere e che questo periodo di lavoro mi ha dato molto tempo per pensare ad alcuni sviluppi.
Restate connessi, qualcosa nel cilindro la tirerò comunque fuori!
venerdì 26 giugno 2015
Parenti
Solite domande di rito ("A casa tutto bene?" "L'università?" "Il Lavoro?"), poi scatta la bomba:
«Ma com'è questa storia che ha scritto un libro, eh?»
«Che ti devo dire» rispondo, tranquillo. «Avevo una storia e l'ho messa giù.»
Lei sorride. «Ah, il mio nipote scrittore.»
Lo dice con quel tono lì, quello che identifica la parola scrittore, come fosse una divertentissima presa per il culo che solo lei può capire.
Faccio spallucce e lei prosegue.
«Ma guarda che l'ho letto eh, mi è proprio piaciuto! Fin da piccolo anche tua mamma lo diceva che a scrivere non ti batteva nessuno!»
«Ah, ma l'hai preso quindi?»
«Sì, sì, certo! L'ho finito giusto l'altro giorno.»
Penso velocemente al report delle vendite del mese in corso, poi chiedo: «E ti è piaciuto?»
«Molto, sì» risponde. «Anche se un po' macabro no? Non me l'aspettavo proprio.»
«E ti è piaciuta la parte con il drago che fa quel macello in città?»
«Quella forse è la parte migliore del libro» risponde con un sorriso, poi passa a qualche altra domanda e finalmente sono libero di andare per i fatti miei.
Indovinate cosa non c'è nel libro?
lunedì 8 giugno 2015
La burocrazia che ti può aiutare - Parte 3
Avevamo lasciato il nostro eroe (cioè io), con un faldone di fogli che sono finiti tutti nel tritarifiuti e con, finalmente, in mano il maledetto ISEEU.
Una volta ottenuto l'agognato documento (che ripeto essere una copia-carbone di altrettanti documenti perfettamente identici degli ultimi cinque anni, in cui cambia solamente la data), mi avvio a tornare in quel di Sassari per regolarizzare la mia situazione.
Aspetto quindi il lunedì, visto che il maledetto ufficio è aperto solamente il lunedì mattina o il martedì pomeriggio e mi metto in marcia con un'ora e mezza di anticipo, per non trovare fila.
Arrivo lì che sono le otto e mezza, e ci sono già quindici persone davanti a me.
"Ma cristoddio" penso "a che minchia di ora bisogna venire per non trovare gente?"
Recupero il numeretto e mi va sostanzialmente bene, sono il numero tre, essendo gli altri impegnati con altri sportelli.
Mi metto dunque in attesa, mentre la piccola e soffocante stanzetta, lentamente e inesorabilmente, si riempie di gente.
Arrivano le 9:30, si aprono le porte ed io mi metto diligentemente in fila.
Ora, sapete come sono fatte le code no? Si annuncia il numeretto, solitamente da uno schermo digitale e si va allo sportello indicato. Per snellire le cose, in genere ogni fila è distinta dalle altre, per cui si avrà, tipo il 28A che deve andare allo sportello A, il 37B che va allo sportello B e così via.
Tutto bello e edificante, non fosse che solitamente (e questo capita sistematicamente OVUNQUE, che sia in banca, in posta o al comune), l'omino dietro lo sportello A inizia a ricevere gente anche dallo sportello B, per cui quando è il tuo turno, vieni tranquillamente glissato da una decina di persone che ti passano davanti, perché l'omino ha deciso di occuparsi anche della fila del collega.
È chiaramente quello che succede a me: mi passano davanti cinque persone prima che inizi a salmodiare qualche bestemmia. Alla decima, inoltro protesta cui mi viene risposto un laconico "Aspetti il suo turno".
È quindi con questi sentimenti di gioia e speranza che mi avvicino, dopo un'ulteriore attesa di tre quarti d'ora.
La tipa, quando mi vede mi riconosce subito.
«Salve! Ha portato l'ISEEU?» pigola con un sorriso a trentaquattro denti.
Io non dico nulla, temendo ciò che potrebbe uscire dalla mia bocca in quel momento e le piazzo il foglio davanti.
«È giusto in ritardo di qualche settimana» mi dice, sempre con quel fottuto sorriso. «È fortunato sa, perché io in teoria non potrei più farle questa cosa, perché i rendiconti avrebbero dovuto chiudere la scorsa settimana, mentre sono fortunatamente in ritardo. Fortunatamente per lei, intendo.»
«Guardi che non è che io ho portato sto foglio ora perché, boh, stavo giocando con le barbie fino ad oggi eh?»
Lei alza un sopracciglio e mi guarda con la faccia de "Ma chi vuoi prendere per il culo, amico mio?" però fortunatamente non dice nulla e continua ad immettere i dati nel computer.
Dopo alcuni minuti, volta lo schermo verso di me.
«Ecco fatto, ora lei deve pagare questo e quest'altro. Poi, visto che ha portato la documentazione in ritardo, dovrà pagare la mora.»
«Quant'è?»
«Cinquanta euro. Dai, non sono mica tanti eh?» e ride.
Cioé, ride. E non solo, perché continua con: «Certo, sarebbero stati meglio nella sua tasca piuttosto che darli a noi eh?» e continua a ridere.
Io la guardo.
Mi tornano in mente quei ragazzi della Columbine, assieme a quel mezzo coreano di qualche anno fa che stabilì il record; poi mi torna in mente il tizio ad Aurora, che alla prima di The Return of the Dark Knight, imbracciò il fucile e iniziò a sparare.
Ho un'immagine vivida di lui, al processo, con la divisa arancione, i capelli rossi e lo sguardo stordito, come fosse sotto effetto di valium.
Quando fu condannato, Holmes (questo il suo cognome, un cognome che evoca nobilissimi ricordi), fu molto sorpreso di essere tradotto in prigione e chiese il perché si trovasse lì.
Io aborro la violenza e non imbraccerei mai un fucile ma, in quel momento, ho empatizzato per quel povero ragazzo che chissà, magari gli stava semplicemente sul cazzo il bigliettaio del cinema.
Mi riprendo da quei sogni ad occhi aperti e tento di moderare le bestemmie che mi stanno per venire fuori dalla bocca.
«Senta» dico. «È un mese che sto appresso a questo fottuto foglio. Un-mese. Prima voi non mi mandate la mail per avvisarmi di inserire i dati, poi il CAAF mi dice che non può farmene una copia perché nel frattempo è cambiata la legge e devo rifare tutto daccapo. E solo per questo ci son volute tre e dico tre settimane. Ora io son qui, davanti a lei che mi dice che devo pagare ulteriori cinquanta euro di mora per uno sbaglio che sostanzialmente avete fatto VOI e ride. Cioè, lei sta ridendo.»
La guardo ed il sorriso le si è cristallizzato in faccia.
«E mi sta pure prendendo per il culo. Ma mi dica, c'ho scritto sulla fronte "imbecille" per caso?»
Silenzio di tomba.
La tipa nello sportello li di fianco mi guarda, così fa la persona che stava servendo. Mi guardano a bocca aperta, l'ufficio è stranamente silenzioso, un silenzio irreale.
Forse si aspettano che da un momento all'altro tiri fuori una pistola, non lo so.
«Allora?» chiedo, gelido.
«Ehm io, cioé...»
«No dico, ho scritto sulla fronte imbecille? Guardi, sto anche perdendo i capelli, quindi mi è diventata pure bella spaziosa, dovrebbe essere facile da vedere la scritta. C'è?»
La tipa non risponde, digita le ultime due cose e si sente la stampante entrare in azione. Il silenzio si taglia col coltello, scandito solamente dai TA-CLACK della stampante che in trenta secondi sputa fuori un foglio.
La tipa si volta, lo prende e senza guardarmi me lo porge.
Io fisso il foglio per qualche secondo, poi fisso lei. Afferro il maledetto, alzo i tacchi e me ne vado.
Ancora una volta il nostro eroe ha vinto (?).
lunedì 25 maggio 2015
La burocrazia che ti può aiutare - Parte 2
È una ridente mattinata di aprile, fa un caldo bestia perché primavera non bussa ma entra sicura ed io son chiuso dentro la sala d'aspetto di un polveroso ufficio, facendo la fila al CAAF, dopo che ho preso appuntamento il giorno prima.
C’è poca gente per fortuna e tempo mezzora sono dentro. Mi accoglie una signora sulla quarantina che giudico “notevole”: capelli ricci neri e folti, un davanzale da quarta abbondante, jeans piuttosto attillati e t-shirt. Son lì che penso a come farmela sulla scrivania, dopo aver rovesciato tutto per terra, quando lei mi chiede cosa può fare per me.
Scanso i discorsi sessuali e le spiego cosa mi serve.
«E quindi niente, mi serve l’ISEEU del 2014.»
«Non del 2015?»
«No, no quello dell’anno scorso.»
*clickete*clickete*
La tipa batte sulla tastiera il mio nome. «Ah sì eccolo qua. Dunque, qui risulta che lei l’ha fatto…»
«Come ogni anno, sì.»
«Ecco. Solo che da febbraio 2015, in base alle nuove disposizioni ministeriali, non è più valido.»
«Ehm, cosa?»
La tipa, che scopro anche essere piuttosto simpatica, arrossisce (giuro) d’imbarazzo.
«Eh, sì. In pratica il governo Renzi ha cambiato tutto e deve rifarlo da zero.»
Ho la gola arida ed ho finito le bestemmie. Forse il suo arrossire era per non farmi pensare alla bestialità che ho appena sentito uscire dalle sue labbra.
«E quindi cosa devo fare?» riesco a mormorare dopo qualche minuto di silenzio esterrefatto, con ancora la vena che mi pulsa sulla fronte.
Lei caccia fuori un foglio e mi spiega la rava e la fava: c’è un elenco di tutto ciò che il governo richiede ai fini fiscali; dichiarazione dei redditi mia, dei miei, di mio fratello. Se abbiamo imbarcazioni. La targa di tutte le auto presenti in casa. Discendenza e albero genealogico fino alla quinta generazione.
Son lì che scorro l’elenco ancora basito, quando lei richiama la mia attenzione.
«E quindi mi deve portare tutta questa roba. Io immetto i dati nel pc e li invio al fisco e poi tocca aspettare la loro risposta.»
«E quanto ci mettono, quelli del fisco?» chiedo io che, visto come stanno andando le cose, mi aspetto il peggio.
«Due settimane» risponde lei, con la voce strozzata dall’imbarazzo. «Lavorative.»
Credevo di avere finito le bestemmie e invece la mia mente è una fucina di nuove invenzioni dialettiche.
«Questo vuol dire» dico io, pensando a torture e massacri che neppure la visione congiunta di Splatters, A Serbian Film e The Human Centipede 2 (che il primo era innocuo) potrebbe mai concepire. «Che mi toccherà pagare la mora.»
La donna quasi SPARISCE nella sedia.
«Non è tutto» pigola, da sotto la scrivania. «In base alle nuove regole, ora io le segno l’appuntamento, per poi prendere l’appuntamento VERO, per poi fare tutto ciò.»
Cerco di mantenere una sanità mentale, perché non ho davvero capito che cazzo ha detto.
«Scusi?»
«Sì ecco, vede…Ehm. In base alle nuove disposizioni ministeriali, noi abbiamo bisogno della delega per maneggiare questi dati sensibili.»
«Okay.»
«E quindi deve tornare qui con una carta d’identità, in modo che possa darci la delega. Una volta fatto le fisseremo un appuntamento per riuscire a fare l’ISEEU.»
La mia faccia esprime quel turbine di pensieri che non posso esprimere ad alta voce, pena l’arresto e l’internamento coatto in istituto psichiatrico.
«No ma dico, scherza?»
«Eh…»
E che devo fare.
Fisso l’appuntamento per il primo giorno disponibile (la settimana dopo) e me ne vado.
Passano i giorni e son di nuovo lì, fotocopia della carta d’identità alla mano. Ribecco al volo la stessa povera crista e in tempo record riesco a farmi fissare il vero appuntamento per poter fare sto benedetto ISEEU (un’altra settimana dopo).
Nel frattempo inizio a cercare, tra gli n-mila fogli che possediamo in casa, Cud vari, l’UNICO di mio fratello, foto alle targhe delle auto e cazzi e mazzi.
Passa pasqua, mi sbronzo e cerco di non pensare al carnaio che mi aspetta quando tornerò all’ufficio.
Mi presento in anticipo di un quarto d’ora con un faldone di documenti sotto il braccio che sembro un Testimone di Geova e scopro che in sala d’attesa ci sono venti (20) persone. Tutte che devono fare la dichiarazione dei redditi.
Età media 60.
Una vecchietta attacca bottone con me, che voglio solo superare un livello bastardo di One Finger Death Punch.
«Eh sa poi mio nipote anche lui doveva fare la dichiarazione dei redditi, solo che poi si è sbagliato ed ha compilato male un campo e le giuro eh giovanotto sono arrivati i carabinieri a casa e gli hanno controllato tutto, ma proprio tutto eh, questa gente non sa proprio cosa fare dalla mattina alla sera, sembrava dovessero arrestarlo da un momento all’altro, ma dico io…» si blocca, nota che io ho smesso di ascoltarla, ma questo non ferma il suo blaterare. «No perché poi deve sapere che mio figlio si è sposato con questa polacca e non le dico cosa ha dovuto fare per farle avere la cittadinanza, roba da non credere, pensi un po’! Sono stati assieme dieci anni, dico dieci, hanno fatto due figli poi si sono separati e lei è tornata in polonia, ma adesso vuole che i bambini vadano da lei, ma mio figlio non è che può lasciare il lavoro e partire così di punto in bianco perché poi il giudice ha detto che dovrebbero stare con la madre ed ha disposto l’affidamento congiunto però lei sta in polonia ed adesso non sa cosa fare…»
Se c’è un in inferno per le persone come me, io ci sono dentro.
Sento del trambusto a qualche metro da me: alzo gli occhi dal tablet e vedo un altro vecchio si sta lamentando a voce alta che ha preso l’appuntamento prima di pasqua, ma non hanno rispettato l’orario.
«Mi hanno detto alle 11 e sono le 11 e mezza! Ma non è possibile, sempre così!»
E via d’insulti.
Se la prende un po’ con tutti, anche con gente di altri uffici che passava lì per caso, che si trova di punto in bianco in mezzo ad turbine d’imprecazioni in algherese, molte delle quali non di mia conoscenza (e cui prendo scrupolosamente appunti) e che cerca di accampare scuse o semplicemente proferire parola tra un “Ammazzavus” e “Lus moltz chi t’acchipin”.
Alle 13, dopo che sono lì da due (2) fottutissime ore, tocca a me.
Rispunta fuori il milfone della settimana prima, cui oramai do del Tu perché tanto siamo entrati in confidenza.
Io do tutta la documentazione, lei inserisce i dati, li smandruppa un po’ e poi mi dice di richiamare fra un paio di settimane per vedere se il maledetto ISEEU è arrivato.
Tempo dell’operazione: dieci minuti.
Esco dall'ufficio, saluto i vecchi e corro via il più lontano possibile dall’edificio.
Continua.
martedì 19 maggio 2015
La burocrazia che ti può aiutare - Parte 1
È la fine di febbraio ed io, giovane virgulto, dovrei pagare una rata di tasse in scadenza il 28.
Controllo dunque sul sito apposito e mi viene comunicato che la scadenza è stata posticipata a metà marzo, con mia somma gioia.
Noto anche un'altra cosa che non mi garba moltissimo: essendo delle rate calcolate in base al reddito, in teoria dovrei pagare circa 700 euro, ma il sito mi restituisce un totale di 3800 euro da pagare in due comodissime rate da 1900 euro l'una.
“Hoybò” penso. “Non avranno ancora aggiornato i database.”
Non è poi così strano: ogni anno (e dico, ogni anno), si ricordano di aggiornare i vari utenti tipo una settimana prima della scadenza, con sommo gaudio di chiunque; non è un caso, appunto, che ogni anno detta scadenza venga posticipata di un paio di settimane.
Alla fine quindi non mi preoccupo e vengo assorbito da altre cose.
Si fa la prima settimana di Marzo, controllo il sito e quei 3800 sono ancora lì.
Qui gatta ci cova.
Decido di andare all'ufficio competente, a Sassari, che dista circa 30km da qui.
Arrivo un venerdì pomeriggio un po' in anticipo, notando che per una volta non c'è fila.
“Sta a vedere che stavolta riesco ad andare via da qui ad un orario decente.”
Arriva l'ora di apertura al pubblico, ma la porta non si apre.
Aspetto cinque minuti e ancora nulla.
Poi noto il foglio bellamente appeso sulla porta dell'ufficio, sommerso assieme ad un'altra ventina di fogli praticamente identici: gli orari di apertura al pubblico ora sono solo in 2 (DUE) giorni e solo a mezza giornata, tipo il lunedì solo la mattina e il martedì solo il pomeriggio e chiaramente questo foglio è una cosa completamente diversa rispetto a ciò che c'è scritto sul sito da me controllato mezzora prima e che sto controllando sul cellulare proprio in quel momento.
Dopo un salmodiare di bestemmie che avrebbe fatto impallidire un demonio, decido che no, col cazzo che mi rifaccio il viaggio e quindi busso.
Mi viene miracolosamente detto di entrare e riesco a parlare con una omina dell'ufficio, impegnata in una estenuante sessione di solitario (lo so, perché vedo il riflesso del monitor sui suoi occhiali). Dopo essermi beccato un cazziatone per essere arrivato in orario di non apertura al pubblico (ed a nulla valgono le mie rimostranze quando dico che sul sito ci sono degli orari completamente diversi), riesco a spiegare la mia situazione.
«...e quindi deve pagare 3800 euro in due rate.»
«Ma scusi eh, non le sembrano un po' troppe?»
La tipa mi guarda INTENSAMENTE per dieci secondi, poi *clickete*clickete* controlla la mia situazione.
«In effetti sì» risponde, dopo aver studiato per quasi mezzo minuto il monitor.
«E vorrei ben vedere.»
«Ma scusi lei ha dato conferma dell'ISEEU?» mi chiede.
«No» rispondo. «Perché avrei dovuto farlo, visto che non c'era scritto da nessuna parte che dovevo dare conferma dell'ISEEU?»
«Impossibile. Mandiamo a tutti una mail.»
«Che a me non è arrivata. Lo sa vero che le email non è mica detto che arrivino sempre?»
«Impossibile.»
Io la guardo come qualcuno a cui voglio fare molto male.
«Okay, diciamo che non ho confermato l'ISEEU. Cosa devo fare?»
«Eh ma lei non può piombare qui una settimana prima della scadenza eh, aveva tutto il mese per farlo eh, ora è troppo tardi...» e blabla inserire giustificazioni inesistenti per dire che non c'aveva voglia.
«Senta, io vengo da alghero, mi son fatto 30km e da qui non me ne vado senza una risposta.»
La tipa sbuffa, sbrontola, rompe il cazzo ma alla fine riesco a convincerla.
«Lei ha qui l'ISEEU, così posso aggiornare la sua situazione?»
«Visto che non sapevo di doverlo portare, no che non ce l'ho. Non sono neanche sicuro di averlo a casa, ma controllo.»
«Allora faccia così: controlli e poi mi comunichi la cifra. Non c'è neanche bisogno che rivenga qui, basta che mandi una email o che telefoni.»
Con queste preziosissime informazioni, torno a casa e cerco l'ISEEU che, giustamente, non riesco a trovare, perso in un marasma di cartaccia simile; ne becco però uno dell'anno scorso, controllo la cifra già inserita da me precedentemente e che non ho confermato e, bimbadabum, corrispondono in tutto e per tutto (chiaro, visto il mio reddito mica cambia).
Il giorno dopo è sabato e non c'è nessuno, quindi aspetto lunedì e telefono. Giustamente nessuno mi risponde (scemo io a crederci).
Scrivo una mail con le cifre giuste e nel frattempo provo a chiamare per tutta la mattinata, ma nessuno alza mai la fottuta cornetta.
Okay.
Arriva martedì, cerco ancora di contattarli via telefono ma nulla e anche l'email tace; siccome non sono coglione, la cosa mi puzza di marcio quindi decido di andare nuovamente a Sassari, in orario d'ufficio.
Arrivo con tre quarti d'ora di anticipo e scopro con somma delizia che ci sono venti persone prima di me. Oh gioia, o gaudio.
Un'ora di fila dopo, riesco a parlare con l'omina dell'ufficio, diversa da quella con cui avevo già parlato.
Mi tocca sorbirmi un altro cazziatone sul fatto che dovevo pensarci prima a queste cose e mi chiede l'ISEEU.
«Scusi, ma non vi è arrivata l'email che vi ho spedito?»
La tipa mi guarda imbarazzata. «Sì, ma non va bene.»
«Ah no?»
«No. Come faccio io a sapere che le cifre che lei ha mandato, corrispondono al vero? Avrebbe dovuto FARE UNA FOTO DELL'ISEEU O MANDARE LA COPIA DIGITALE CERTIFICATA.» (lo metto maiuscolo e pure in grassetto per farvi capire cosa mi ha detto di preciso. Una foto o la copia digitale certificata (che non mi è stata mai data in tipo 10 anni che faccio ISEEU))
«Questo però venerdì non me l'avevate detto. Anzi, mi avevate detto che bastava che vi mandassi la cifra così la inserivate in due minuti sul pc.»
«Impossibile, non è la procedura corretta.»
«Guardi che non è che me lo sto inventando eh.»
La tipa mi guarda come se fossi un coglione.
«Vabè. Ha portato la copia cartacea dell'ISEEU?»
«Ecco a lei» dico, sfoderando il foglio dell'anno scorso. «Ho solo questo.»
«Ma questo non va bene.»
«Ah no?»
«No, è dell'anno scorso.»
«E quindi? Guardi che è uguale a quello di quest'anno.»
«Sì ma non va bene. Poi io devo fotocopiarlo e mandarlo chissàddove quindi ho bisogno della copia autenticata e aggiornata a quest'anno.»
«Cioè mi faccia capire bene: lei ha bisogno di fare una fotocopia ad un foglio che è esattamente identico a quello dell'anno scorso, però i dati li inserisce al computer in due minuti.»
«Esatto.»
Non potete immaginare lo sguardo che le sto rifilando.
«E quindi, visto che non trovo l'ISEEU di quest'anno, devo rifarlo.»
(per inciso: l'ISEEU è stato da me utilizzato per partecipare ad un concorso.)
«Certo! E si deve pure sbrigare, visto che la scadenza è questa settimana. Altrimenti le tocca pagare la mora.»
«Beh chiaro, perché tanto io ho i soldi che mi crescono in giardino.»
«Doveva pensarci prima» mi fa lei con tono duro.
«No, non dovevo pensarci io prima, siete voi che innanzitutto non mi mandate la mail, poi ogni anno ci mettete troppo tempo per aggiornare i vostri database e infine avete una burocrazia che non ha alcuna logica. Ma zero. Perché le cifre sono identiche a quelle dell'anno scorso, controlli pure i dati, che tanto lì risulta che l'ISEEU che io ho inserito è uguale identico a quello degli anni precedenti e non ha ALCUN SENSO che, nell'era dell'informatica a portata anche dei babbuini, lei debba farsi una fotocopia di un maledetto foglio quando i dati poi li inserisce al computer. Senza considerare che basterebbe una mia email, come quella che vi ho mandato venerdì, senza peraltro ricevere alcuna risposta, perché non ci sia bisogno di farmi fare su e giù da Alghero alla ricerca di un cavolo di foglio.»
«Eh ma è così, io non ci posso fare niente.»
Me ne vado, prima di spaccarle qualcosa sulla tempia.
Il giorno dopo mi reco al CAAF per avere una copia dell'ISEEU.
Continua.
venerdì 3 ottobre 2014
Come ritrovarsi in due a fare contemporaneamente una figura di merda:
incrociare un tizio che vi ferma e vi riconosce; partono grandi saluti, strette di mano, pacche sulle spalle e frasi di circostanza, chiedendo del più e del meno. Lo si asseconda nonostante non si abbia la più pallida idea di chi sia e dopo un pò che si parla sentirsi chiedere:
"Ma tu sei tizio?"
"Certo che no, non sono io"
... E a quel punto andarsene entrambi con un "Và bè ciao" "Ciao".
Son cose.
Leggendo vecchi sms sulla vecchia scheda sim, si scoprono chicche come questa:
"Dopo aver visto il filmato di due parti, uno vaginale ed uno cesareo, mi è passata la voglia di figa da qui ad un mese."
Eh, son cose.
PS: dopo aver letto questo vecchio sms ed averci riso, mi son ricordato del filmato e mi sta di nuovo passando la voglia di figa per un altro mese.
Eh, son cose.
lunedì 1 settembre 2014
Record.
*DRIIIIN*
Mia madre, dal piano di sopra apre, credendo sia mio padre. Nessuno entra. Lei caccia un urlo: «ANDREEE VAI A VEDERE CHI È»
Un rosario di bestemmie, visto che sto bevendo il caffè.
Scendo, apro e mi trovo due donne: una con la stessa stazza e consistenza di uno scaldabagno e l'altra secca secca, sembra un biscotto senza amido.
«Si?»
Lo scaldabagno tira fuori un iPad inizia a premerci su, con quell'aria tremula e insicura, come solo le persone di una certa età sanno fare e, contemporaneamente inizia a parlare:«Salve signore, vorremmo mostrarle un video, sono solo tre minuti» Fa un sorrisone.
Io le guardo: in mano hanno una cartelletta nera a testa. Chi mai può essere alle 9 e mezza del mattino?
«Ma che siete, testimoni di Geova?»
La tipa fa una faccia come se le avessero schiacciato la coda (che, sono sicuro, portava arrotolata dentro le mutande). «Sì, siamo testimoni di Geova, ma è solo per farle vedere un video...»
«No guardi non ci interessa. Qui siamo tutti atei».
Lei a questo punto SPALANCA LA BOCCA ATTERRITA. «Oh».
«Beh, buongiorno»
Riesco a sentire un timido sussurro che suonava tipo «...'giorno» prima di chiudere il portone.
Sono riuscito a sbarazzarmi dei testimoni di Geova in meno di 2 minuti.
Mi sa che ho stabilito un record.
giovedì 28 agosto 2014
Basterds on the road
Sto giocando ad una vecchia gloria del PC, Caesar 4, quando mi arriva un messaggio da Alex: "Stasera si va ad Aglientu".
Nella mia testa si forma vivida un'immagine: me, il sabato prima, vagamente ubriaco, che affermo che sarebbe un idea favolosa andarci. "Ma certo, stai tranquillo, preparo io da mangiare".
D'ho.
Metto sù una cofana di riso per quattro persone, recupero qualche barattolo da casa, poi preparo in fretta e furia lo zaino, visto che Alex sarebbe passato a prendermi alle cinque.
Verso le sei sento il suono familiare del clacson, e io mi sto asciugando dalla doccia appena fatta. Il riso è pronto, anche se in realtà devo ancora mettere qualche ingrediente e lo zaino è fatto per metà. Finisco tutto in tempo di record e, con la barba ancora gocciolante, salgo in auto. Mi accolgono Alex e i due amici romani, Celestino e Attilio (nomi di fantasia).
Destinazione Aglientu, per il Summer Blues Festival.
Il percorso
In auto, oltre la mia insalata di riso fatta con materiali di fortuna, ci sono 4 litri di birra dell'eurospin con bottiglia di plastica, residuo di una cena a casa mia della settimana prima; una roba che non userei neanche per lavare per terra.
Chiaramente siamo in ritardo per l'inizio del festival, ma questi sono puri e semplici dettagli.
Arriviamo, tra una cazzata e l'altra, a destinazione che sono le 8 passate, non prima di esserci fermati a Tempio per comprare qualcosa da bere: un bottiglione da due litri di vino bianco, simil Tavernello, che si rivelerà essere sorprendentemente gustoso.
La cofana di insalata di riso.
Prendiamo posto lungo gli spalti, mangiamo l'insalata di riso, ci finiamo i due litrozzi e ci godiamo il concerto di Charlie Musselwhite Band, un po' ciucchi e sorprendentemente stanchi. Finito il tutto, ascoltiamo un paio di pezzi del gruppo successivo, Sax Gordon Band, ma non gliela si fà e decidiamo di levare le tende.
Il luogo prescelto per dormire è Palau:
nella vecchia Fortezza di Capo d'Orso.
Nel caso ve lo steste chiedendo, la fortezza è scavata nella roccia e quelle nella foto, in mancanza di altre migliori, sono solo le mura e/o edifici minori. La nostra destinazione era in alto. In cima.
Il posto è splendido, ma completamente abbandonato e sinceramente non c'è nessuna voglia di esplorarlo all'una di notte.
Percorriamo quindi la ripida salita che ci porta pressappoco dove c'è l'entrata e ci troviamo di fronte ad una porta.
Murata.
«Alex ma questa roba l'altra volta non c'era!»
«Hoybò ecchessuccesso!» risponde lui.
Mi volto e in mezzo al corridoio esterno, c'è un gigantesco albero di fico che blocca completamente il passaggio. Di entrare dentro passando da una finestra non se ne parla, perchè è buio e vabbè essere incoscienti ma a tutto c'è un cazzo di limite, sopratutto perchè c'è una paura fottuta di entrare.
«Anvedi aò, che posto fico!» esclama Celestino.
«Da paura!» risponde Attilio. (Sì, sono amici romani, nel caso vi fosse sorto il dubbio)
Inizio ad essere preoccupato, perché l'alternativa all'entrare dentro la fortezza del Barone Ashura a notte fonda (l'ultima volta che ci siamo stati, abbiamo scoperto che ci facevano messe sataniche) sarebbe dormire nelle catapecchie ai piedi della collina, che non hanno tetto ne, effettivamente, pavimento.
«Massicuramente c'è il passaggio» dice Alex.
«Eddove minchia è?» chiedo, con la vena che inizia a pulsarmi sulla tempia.
«Ecco vedi, questa è proprio una bella domanda».
«Ammazza aò»
«Che tajo»
Inizia ad essere tardi e visto che l'entrata non si trova, urgono rimedi drastici: SI SCALA UNA COLLINETTA COPERTA DI ROVI PER PASSARE DALL'ALTRA PARTE, SU UN PONTE.
Ponte, oddio. Due sbarre di acciaio arrugginito, incastrate fra le mura della fortezza.
La scalata è sorprendentemente semplice, nonostante ci sia gente che non fa ginnastica dal liceo (me) o è palesemente in imbarazzo con qualsiasi attività sportiva (gli altri), non fosse che una volta scalato il dosso, ci troviamo in mezzo ad una distesa di rovi taglientissimi; noi chiaramente indossiamo tutti i bermuda, quindi le simpatiche pianticelle ci scorticano allegramente le gambe, neanche fosse una delle trappole di Saw L'enigmista.
Alex a un certo punto decide che gli puzza la vita, inciampa e perde una scarpa; vorrebbe anche cadere giù per quei tre-quattro metri, sul duro cemento del terreno, ma fortunosamente si aggrappa ad un arbusto e finisce giusto completamente in mezzo ai rovi, scorticandosi ulteriormente.
Superiamo agilmente, come solo un branco di bradipi ubriachi può fare, le due travi arrugginite che fanno da ponticello e finalmente arriviamo in cima. Chiaramente non si vede un cazzo, ma per fortuna abbiamo le pile.
Cerchiamo un posto per passare la notte, dove non soffi necessariamente il vento assassino che c'è qui in cima, trovandolo in una delle vecchie postazioni per i cannoni della fortezza, un cerchio in pietra senza soffitto, con alcuni vecchi bulloni incastrati nel pavimento cementato.
Sistemiamo, chi i sacchi a pelo (i due romani), chi due semplici teli da mare (io e Alex) e il campo zingari è approntato. Io non ho felpa, essendomela dimenticata chiaramente nella fretta di fare lo zaino; ho recuperato un giacchetto primaverile bianco dal portabagagli dell'auto di Alex, diosolosa da quanto tempo era lì e entrambi dividiamo una coperta che sta iniziando a dotarsi autocoscienza, visto che, da che ricordo, è sempre stata dentro quel portabagagli dove risiedeva anche il giacchetto.
Il cemento è duro, io appena appoggio la testa allo zaino (che ha la stessa morbidezza e spigolosità di un sacco di mattoni), inizio a russare come un mammalucco, ma tempo un'ora sono sveglio.
Provo a riaddormentarmi, ma c'è gente che russa. Riesco a riprendere sonno, ma s'alza il vento e c'ho un freddo fottuto perchè Alex si frega tutta la coperta.
Recupero la coperta, chiudo gli occhi e uno stormo di B52, in formato zanzara, inizia a pasteggiare col mio sangue. In un rosario di bestemmie che avrebbe fatto impallidire satana, infilo la testa sotto la coperta puzzolente, cerco di coprire tutti i pertugi e chiudo nuovamente gli occhi. Quando sento il ronzio di una di quelle fottute bestiaccie, passarmi accanto all'orecchio che è poggiato sul braccio (dormo di fianco, sì), sopra lo zaino, decido che, porca puttana, stanotte non è aria.
Guardo l'ora: le quattro del mattino.
Ho dormito la bellezza di due ore, non consecutive.
Mi alzo, prendo la pila e inizio ad esplorare i dintorni. Io sono un tipo abbastanza impressionabile, in genere, ma vuoi per l'ora, vuoi per il sonno, vuoi che eravamo all'aperto, vuoi che conoscevo già il posto, alla fine la passeggiata si rivela piacevole senza essere spaventella come mi sarei aspettato. Scopro anche che l'entrata che avevamo bellamente evitato, per giocare a fare i novelli Messner fra i rovi, era a circa 10 metri di distanza da dove abbiamo iniziato la scalata.
Si fanno le cinque e inizia ad albeggiare. Gli altri si svegliano e assieme ci godiamo una bella alba mentre ci pisciamo un po' dal freddo.
È tutto molto romantico.
Non appena il sole sorge, dismettiamo il campo zingari (mancavano solo le carcasse di qualche automobile, ma se fossimo rimasti qualche ora, sono convinto che si sarebbero materializzate pure quelle) e portiamo all'esplorazione gli amici romani fra i corridoi della Fortezza di Capo D'Orso.
Verso le sei scendiamo da Capo D'Orso, alla ricerca di un bar dove fare colazione, che incidentalmente si trova a circa trenta metri da dove abbiamo parcheggiato. Caffè, cornetto.
Si entra in bagno per darsi una rinfrescata ed io sono l'ultimo.
Scopro con orrore che c'è una puzza che farebbe impallidire un autospurgo e vengo poi a scoprire che quello prima di me ci aveva cacato.
Scappiamo dal bar prima che la puzza infetti tutto il locale e ci dirigiamo alla spiaggia.
La spiaggia di Capriccioli, è un ridente fazzoletto di sabbia e scogli tra Porto Cervo e Porto Rotondo, una delle calette più belle della zona, noto luogo di ritrovo per vacanzieri ricchi.
| Capriccioli alle 8 del mattino | Capriccioli alle 10 del mattino |
Noi ci presentiamo lì che sono le otto del mattino, stanchi, sporchi e assonnati e la prima cosa che facciamo è occupare un quadrato di spiaggia che è praticamente il collegamento fra la parte ovest e quella est, impedendo, di fatto, il passaggio.
Ci rendiamo conto di ciò, non appena i simpatici senegalesi che vendono palloni, passano letteralmente facendo lo slalom fra i nostri asciugamani.
Decidiamo quindi di spostarci in un'altra zona.
Una volta ricalato l'asciugamano sulla spiaggia, che mi rendo conto in quel momento essere sporco di terra e fango dalla notte prima, la prima cosa che faccio è sdraiarmi e dormire, ora che l'aria è fresca e il sole non picchia come un wrestler professionista.
Riesco a strappare un'ora di sonno, prima che il caldo mi svegli ed è quindi d'uopo lanciarci in acqua.
L'unica cosa che noto di questa spiaggia, a parte che è bellissima, è che prevalentemente è popolata da vecchi o racchie che parlano in milanese. Una famiglia napoletana, con tanto di gerarca che ha la maglietta "I'm from Scampia" (true story), è a suo agio lì più o meno quanto noi. E mentre Io, Attilio e Alex cerchiamo qualcosa da fare, visto che di fighe da sguardonare manco a parlarne, Celestino fa amicizia con uno dei senegalesi e sparisce nella pineta dietro di noi. Non sapremo mai cosa ha realmente combinato lì dietro e, per mantenere intatta la nostra sanità mentale, non chiediamo nulla.
Il parcheggio è pagato fino alle undici, quindi verso mezzogiorno meno qualcosa, raccattiamo i nostri stracci, Celestino saluta il senegalese e siamo pronti per ripartire.
Destinazione: Porto Cervo. Missione: trovare un posto dove poter mangiare.
Dopo aver bighellonato per un po', riusciamo a trovare un parcheggio con un albero solitario che può darci un po' d'ombra; è l'una del pomeriggio, il sole è arrabbiato e pesta come un lottatore di MMA a cui hai dato dello stronzo e noi siamo seduti attorno a questo albero triste in cerca di ombra, a mangiare insalata di riso fatta il giorno prima e lasciata macerare dentro il portabagagli; Celestino e Attilio hanno la brillante idea di svuotarci dentro un intero tubetto di maionese, rendendola, di fatto immangiabile.
Finiamo quindi il lauto pasto e decidiamo cosa fare. Sono le due del pomeriggio e il caldo asfissiante non accenna a calare; l'unica cosa sensata da fare è dunque parcheggiare l'auto ed entrare a Porto Cervo per fare una passeggiata.
La prima cosa che ci colpisce, a parte il caldo assassino, è che non c'è l'ombra di una cartaccia per strada. La seconda, appena arrivati al porto, è il concessionario Rolls Royce, con tanto di due Rolls parcheggiate fuori, in esposizione e targate GB. Così, lo schiaffo alla povertà.
Lo yatch più piccolo ormeggiato è un dodici metri, la gente qui è composta da ricchi vestiti con Vuitton e Prada, ma indossati casual, che usano come abbigliamento da mare. Le donne ricche sono tutte fighe stellari, i troioni dell'est, con uno spacco di gambe che da solo è un metro e mezzo e i vestitini provocanti che ne risaltano le forme all'una del pomeriggio sono una realtà. Ragazzi con il Panama in testa, sicuramente firmato, la camicia Ralph Lauren e i mocassini blue scuro con i risvolti ocra, sembrano camminare e lasciare impronte d'oro dietro di sé.
Io mi guardo: ho gli stinchi completamente scarciofati dalla gita in mezzo ai rovi della notte prima, un paio di adidas bucate in due punti, con la suola che si sta staccando lungo tutto il lato interno e la parte superiore del tallone smangiucchiuata dai cani; una maglietta dei Simpson bucata sul d'avanti e dei bermuda militari che mi cadono perchè ho lasciato la cinghia a casa.
Alex sfoggia una canotta nera sudata dal collo in giù, braccia e gambe completamente sfigurate dopo la caduta sui rovi, il costume da bagno e un paio di scarpe strappate di dosso a uno zingaro.
Celestino indossa una maglietta grigio topo macchiata sul davanti di solodiosacosa, un costume da bagno modello bermuda a righe scolorite e delle scarpe sporche di terra.
L'unico vagamente presentabile è Attilio, con la sua canotta bianca semi immacolata, la paglietta in testa e il costume dai colori sobri.
Tutti noi, chiaramente, siamo sporchi di sabbia, salsedine e siamo sudati come le palle di un cammello.
La nostra presenza lì, spicca come uno stronzo sopra un divano bianco.
Celestino fa amicizia con due vecchie francesi che gli chiedono una foto (fotograferà un tre quarti con tanto cielo e un gabbiano di passaggio, tagliando i volti delle vecchie), noi girelliamo per negozi Prada, Ralph Lauren e Dolce & Gabbana.
Al porto c'è una esposizione di macchine operaie: una Bugatti Veyron (valore di listino 2 milioni di euro) fa bella mostra di sé, mentre poco più avanti una sfilza di Maserati di varie tipologie sono bellamente allineate sulla banchina (valore di listino: dai 100 ai 250 mila euro).
Noi si ride e si scherza, dicendo che manca il gancio traino per attaccarci la rulotte, provocando l'ilarità generale, mentre gli omini della sicurezza ci guardano malissimo.
| Utilitarie per operai della Breda. | |
Scopriamo con nostra sopresa che a Porto Cervo è presente un SISA (una catena di supermercati sarda), una roba che mai mi sarei aspettato di trovare lì. Anche i ricchi fanno la spesa.
Decidiamo di entrare.
Mediamente, i prezzi sono il doppio rispetto a quelli di casa mia (che sono già abbastanza alti di loro). L'occhio cade su un acquario, dove sono presenti delle aragoste vive e degli astici, al modico prezzo di 159 euro al kg, cento euro in più rispetto ad Alghero.
L'unica cosa dal prezzo umano, qui dentro, è la coca cola, ma giusto perchè c'è il prezzo imposto marchiato a fuoco sull'etichetta, 1,89. La prendiamo fresca e per un momento temo che il sovrapprezzo sia di cinque euro, ma alla fine son solo pochi spicci. Usciamo, ammirando degli splendidi tappeti che costano dai 400 ai 600 euro, che li ho visti uguali identici dai senegalesi la mattina, in spiaggia, a un decimo del prezzo.
Sono le tre, il giro per Porto Cervo è finito e a noi non resta altro che risalire in macchina e fiondarci nuovamente in spiaggia.
Alex è alla ricerca di un posto nei ditorni chiamato Piccolo Pevero, una caletta rinomata per la sabbia bianchissima e l'acqua cristallina, ma il simpatico navigatore vorrebbe farci passare dentro una mulattiera con tanto di sbarra d'acciaio calata, un po' come i posti di blocco dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Decidiamo di rinunciare e prendere una strada a caso. Dopotutto lì è pieno di calette.
Arriviamo in un posto che il simpatico parcheggino ci dice chiamarsi "Spiaggia del Principe" e cerchiamo parcheggio, trovandolo praticamente in mezzo alla strada a un paio di km di distanza.
Sotto il sole cocente ci mettiamo in marcia, arrivando a suddetta spiaggia, che scopriamo essere la versione proletaria di quella visitata quella mattina: ressa, tope, leggermente sporca (ma siamo sempre a Porto Cervo, non è che ci fossero carcasse di lavatrici buttate fra gli scogli), ma molto bella.
Ci ficchiamo in acqua senza tanti complimenti e bene così.
Verso le sei ci mettiamo nuovamente in marcia: l'idea sarebbe quella di trovare delle doccie per lavarci di dosso la sporcizia ed il sudore, cambiarci, e andare alla seconda serata dell'Aglientu Blues Festival.
Scambiando due parole col parcheggino, scopriamo che c'è un posto dove potremmo lavarci, ed è praticamente affianco a Capriccioli.
Torniamo nuovamente lì, paghiamo quei due euro e ci ficchiamo sotto la doccia (fredda), passandoci un bagnoschiuma comprato alla Lidl durante il tragitto, che dal colore e dall'odore, poteva benissimo essere detersivo per i piatti. Tutti tranne Celestino, che decide che l'acqua gli fa schifo e non vuole lavarsi (la scusa è che non ha il cambio).
Siamo rinati.
Io metto sù la maglietta pulita (una t-shirt nera sfibrata, con la scritta "Sex Drugs & Rock n' Roll") e siamo di nuovo in pista.
Ci fermiamo nuovamente a Tempio, alla ricerca di un supermercato dove poter comprare qualcosa per la cena e troviamo un Eurospin che fa al caso nostro. Panini, affettato e maionese. Grand Gourmet.
Verso le otto torniamo ad Aglientu, con una bottiglia di simil prosecco dell'Eurospin e, puliti e pettinati, attendiamo l'avvio del secondo concerto, seduti in prima fila.
Alex e Attilio hanno sonno e vanno in auto a dormire con la raccomandazione di svegliarli non appena s'inizia. A me viene il cacatone, ma il cesso è impraticabile. Mi imbosco quindi dietro la colonna di un palazzo dalle ampie vetrate, forse un convento o una cosa del genere, comunque abitato e faccio quello che devo, temendo di essere visto, cosa che comunque non succede.
Il concerto inizia: BB & The Blues Shacks sono sul palco ed è subito festa. Alex e Attilio si perdono i primi due pezzi, ma ci raggiungono, mentre notiamo una tizia che già dal giorno prima avevamo intravisto: la versione femminile di Billy Ballo che, non appena sente un po' di musica, inizia, appunto a ballare. Da sola.
Noi la guardiamo pensando che la legge Basaglia abbia fatto davvero troppi danni, da quando è entrata in vigore.
Stappiamo il vino, finendolo in dieci minuti e pentendoci di non averne preso altro: era una serata che avrebbe meritato più alcol.
Verso le undici BB & The Blues Shacks ci abbandonano, per lasciare spazio, alla Italy Blues All Star, una specie di selezione di Bluesman italiani, famosi in europa e nel mondo. Roberto Luti, Mike Sponza, Marco Pandolfi e Max Lazzarin si esibiscono tutti sullo stesso palco, andando sovente fuori scaletta e improvvisando brani come se piovessero.
Una gran bel concerto.
Sotto al palco con la giacchetta bianca che ho usato per dormire.
La gente era talmente infogata (e bevuta), che hanno chiesto prima un bis, poi un tris, poi hanno costretto il fonico a riattaccare la corrente per farli continuare a suonare. In definitiva, doveva finire all'una di notte e se ne sono andati che erano le due passate.
(Nota di colore: mentre Roberto Luti improvvisava un assolo dei suoi, una testa di cazzo pelata gridava "FACCI BALLARE", rovinando lo spettacolo a tutti. Bravo, coglione.)
È tempo di levare le tende. Saliamo in macchina e, mestamente, ci dirigiamo verso casa.
Verso le quattro Alex si ferma per far benzina.
«Oh ragazzi, che giorno è il 22?»
«Venerdì, perchè?»
«C'è Pino Scotto a Tottubella»
...And the story is neverending.
lunedì 11 agosto 2014
La wovokata
Anni fa giocavo di ruolo on line.
Cioè, ci gioco ancora, ma anni fa interpretavo un personaggio chiamato Wovoka.
Mi piaceva Wovoka. Era una specie di sciamano barbaro, agghindato con una pelliccia d'orso sulle spalle ed era il curatore del gruppo.
Un giorno ci si ritrova su una nave, per ispezionarla. La nave è della marina reale, nessun cattivo in vista, solo che noi siamo lì per capire esattamente cosa stanno combinando qui sopra, visto che, a quanto pare, sperimentano un nuovo tipo di arma chiamata "Polvere". Ci accolgono degli inquietanti personaggi completamente bardati con pesanti abiti in pelle, che li ricoprono totalmente da capo a piedi, a mò di protezione e ci viene quindi spiegato che l'uso della polvere è altamente nocivo per l'organismo e sopratutto suscettibile a forze magiche, quindi è espressamente vietato eseguire magie.
Tenete bene in mente questo.
Il nostro gruppo continua ad ispezionare la nave fino a capitare nei laboratori; gli scienziate lì presenti non vogliono ovviamente farci entrare, visto che l'aria è satura di Polvere e sarebbe pericoloso; noi insistiamo ma loro sembrano irremovibili.
"Qui gatta ci cova" pensa Wovoka.
Ed è a quel punto esegue un incantesimo di Identificazione, per capire esattamente di cosa è composta questa polvere, questo mentre gli scienziati si erano quasi convinti a lasciarci entrare, opportunamente bardati e protetti.
L'esplosione è devastante. Sventra a metà la nave, ma per puro caso (e per bontà del master), non ci sono vittime. A parte ovviamente il nostro gruppo che era l'unico a non essere opportunamente protetto dagli effetti della polvere. Risultato: eravamo tutti stati infettati con una malattia che essenzialmente ci avrebbe risucchiato l'anima (e quindi ucciso) entro poche settimane.
Da allora, ogni volta che un personaggio esegue un'azione idiota come feci io con Wovoka, ignorando bellamente il master, è detta Wovocata.
Avanti veloce, ieri notte.
Da due settimane si parla di andare in Spring Breakers. Trattasi essenzialmente di prendere la macchina, me e i miei amici, e mettersi in viaggio per visitare luoghi abbandonati su e giù per la Sardegna. È un passatempo divertente.
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| Tipo così. | |
Qualche settimana fa ci viene L'IDEA: andiamo in Spring Breakers. Dove? Ma si dai torniamo al vecchio ospedale abbandonato di San Leonardo. Ma è un posto che abbiamo già visitato, testa. Non c'è problema, perchè ecco il colpo di genio: CI ANDIAMO DI NOTTE.
Wov sì, ottima pensata.
E quindi eccoci qui, pronti per l'ennesimo Spring Breaker, ma stavolta di notte, in un luogo abbandonato distante un'ora e mezza di auto.
COSA POTRA' MAI ACCADERE?
| Il percorso. |
Ci si prepara con due mezzi. Stavolta al posto delle solite quattro-cinque persone, siamo ben in dieci, anche se poi uno ci bidonerà la mattina stessa. Partenza fissata ore 19:00.
Io esco di casa una mezzoretta prima, faccio il pieno di gas, poi inizia il giro di raccolta. Iniziano a volare le prime stronzate, poi si fa la spesa (una cassa di birra e qualche tramezzino per il viaggio) e via che si va, mentre il cielo inizia ad imbrunire.
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| L'inizio della tragedia. |
Arriviamo a San Leonardo che sono le 10 e la prima tappa è il bar del paese, chiaramente. Io esco dalla macchina e mi attardo per sistemare alcune birre nella borsa frigo.
Apro quindi il portabagagli, sistemo il tutto (ché le birre sono importanti), poi raggiungo gli altri a lato della strada.
Poi c'è quel momento.
Quel momento in cui ti stai perfettamente rendendo conto di cosa è successo, ma ancora non vuoi crederci.
Quel momento in cui REALIZZI.
In cui sbianchi, il cuore inizia a battere pesantemente nel petto, e la sudorazione si fa copiosa.
Quel momento.
Il momento della Wovocata.
"Andre cos'hai?" chiede un'amica, ingenua.
Io la guardo. Guardo tutti.
"Ho lasciato le chiavi della macchina dentro il portabagagli".
C'è chi sfotte, chi propone, chi sdrammatizza (in effetti questo no). Qualcuno butta lì di spaccare il vetro "che tanto hai la Casco, che ti frega", qualcun'altro di far forza sul finestrino che sicuramente s'abbasserà (credici).
Finiamo la birra si prova a forzare il finestrino ma niente.
"C'è solo una cosa da fare: andare a prendere le chiavi di riserva. A casa."
"Non puoi chiamare tipo tuo fratello e fartele portare?"
"Piuttosto che chiedere qualcosa a lui, me la faccio a piedi."
E quindi mi faccio prestare l'altra auto, stereo a palla, il mio amico P. che mi fa compagnia e via che si torna.
Tre ore di auto ininterrotte, quasi 500km di strada fatti in una sola sera, 30 euro di benzina buttati dentro il cesso: ecco come ho passato la serata.
E questo mentre gli altri, ovviamente si divertivano e si terrorizzavano durante la visita all'ospedale abbandonato.
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| I ghost hunters all'opera. Notate la mia assenza. | Oggetti inquietanti al buio che io non ho visto. | Scale che mettono una strizza che io non ho provato. |
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| Il letto con la rosa poggiata sul cuscino che mi sono perso. | Ragni delle tenebre che io non ho visionato. | Altre cose inquietanti a cui non ho assistito. |
Però dai, in fin dei conti è andata bene, tutto sommato: sono sicuro che gli altri si sono divertiti un botto.
lunedì 28 luglio 2014
Storie di ordinaria devastazione
Venerdì 25 luglio 2014, Mondo Ichnusa, ore 22:35, Marina di Torregrande, OR.
Mi arriva addosso il contenuto indefinito di una bottiglia, che spero sia vivamente birra o vino. Sperare nell'acqua serebbe un miracolo. Sul palco c'è Salmo, un rapper Olbiese che mi ha preso malissimo. Il mio amico, visibilmente ubriaco continua ad abbracciarmi perchè quando è così, vuole bene a tutti.
Attorno a me, circa trentamila persone. Cazzo.
Rewind.
Esco di casa alle quattro del pomeriggio, che c'è da andare a prendere A. e accompagnarlo dal meccanico, poi si prende l'altro A. e L., cui ho detto che sarei passato alle 16:30, preciso e puntuale. Ovviamente, arriviamo alle 17:30, con un'ora di ritardo.
Borsa frigo con le birre e un nostro beverone, e via che si va. Siamo in quattro in auto, sulla ia fida 500 che va a gas, per un peso totale che supera i 400 kg. Se l'auto non mi ha abbandonato quel giorno, confido che non lo farà mai più.
Il viaggio scorre tranquillo tra musica di merda (tipo la canzone del Campari, la Canzone del Piave e ROSVITA) e stronzate varie, a tipo 1 chilometro dalla meta mi scappa la piscia e mi fermo in una piazzuola, quando ovviamente stanno passando almeno cinquemila delle trentamila persone che poi ci saranno la notte. Sulle note di "Strapazzami di coccole", ci mettiamo a ballare mezzi ciucchi, tant'è che si ferma L. un nostro amico che ci ha riconosciuto da lontano mentre passava con la sua macchina lì di fronte.
Alla fine si riparte, si parcheggia affanculo perché ci sono troppe macchine e si va a mangiare uno di quei panini orribili dai chioschetti ambulanti, altresì detti "Caddozzo" e si inizia a bere l'intruglio magico, per l'occasione Rum & Cola della migliore annata Eurospin e ci si dirige più o meno sotto al palco.
Fast Foward.
Il grado di ubriachezza raggiunge livelli preoccupanti, quando i Subsonica fanno il loro ingresso. Ma alla fine i chilometri, la stanchezza, il viaggio, l'alcolismo, le zanzare fottutissime, sono valsi la pena, anche solo per ascoltare Tutti i miei Sbagli e sopratutto L'Odore.
E alla fine, tra gente che dormiva, gente che selfava la gente che dormiva, altre canzoni da auto un attimino migliori dell'andata, alle 4 del mattino siamo tornati sani e salvi a casa, soddisfatti ma tutti rotti dai salti che il concerto ci ha regalato. E a distanza di tre giorni, mi prudono ancora le punture delle zanzare atomiche che c'erano in quella cazzo di spiaggia-palude.
Sei il suono, le parole, di ogni certezza persa dentro il tuo odore.
BONUS, che per un mezzo secondo sono tornato noveenne:
giovedì 8 maggio 2014
E si (ri)comincia.
Ed eccomi qui, in una veste rinnovata.
Chi già mi seguiva sull'altro blog, sa perfettamente chi sono e perchè (o almeno spero); per tutti quelli che invece sono appena giunti su queste pagine, mi chiamo Andrea (ma Munky va bene uguale) e sono un disoccupato con il pallino della scrittura.
Ho da poco concluso il mio primo romanzo, Scritto nel Sangue (c'è una categoria apposta apposta proprio, ma guarda un po', fra le categorie, anche se per ora non c'è niente) ed ho quindi deciso di aprire questo blog, perché sono un paraculo e dovrei decisamente iniziare a farmi almeno un pochino di pubblicità, per quando la maledetta revisione sarà finita.
Questo blog nasce con l'intento di raccogliere alla bell'e meglio, tutto il materiale che ho prodotto e quello che prima o poi produrrò. Qui troverete i racconti che scriverò, le mappe del mio (per ora) primo romanzo e qualche anticipazione qui là.
Insomma, una normalissima pagina di un autore esordiente, che spero sarà un attimino più seria di quell'altra pagina là (anche se, conoscendomi, non ci giurerei affatto)
Non ho altro da aggiungere, almeno per il momento, quindi ecco: benvenuti nuovi lettori e bentornati a quelli vecchi.








