sabato 14 ottobre 2017

Lui e Lei erano il giorno e la notte, nel senso più vero del termine.
Lei, una bellissima vampira di antico lignaggio, che vagava pallida e solitaria alla luce della luna da infinite ere, così tante che il suo ultimo sole era al pari di una storiella per bambini, impercettibile cacciatrice d'anime tra le città degli uomini che predava senza possibilità di difesa..."la morte che scivola" la chiamavano da centinaia di vite i mortali sopravvissuti per puro caso ai suoi morsi.
Una maledizione con occhi color ghiaccio, capelli biondi lunghissimi e un viso vagamente "elfico", un corpo sinuoso sovrastato da un viso da lince, lnuda, leggiadra e terribile, una forma di vita perfetta tramutata in uno spietato felino.
Ma lei, profondamente erudita della storia del mondo, sapeva che anche la morte può morire, e l'ultima e prima della sua immonda genia non faceva eccezione.
Sentiva nelle sue membra un gelo che neanche il sapore del sangue placava, la sua pelle si faceva arida come la corteccia di un albero, i suoi istinti sempre più inconsistenti.

Lui era l'antico signore della terra, dimenticato da tutto e da tutti, ultima vestigia di una razza divina.
Viveva in quella foresta che esisteva prima di tutto, prima di tutte le creature viventi e senzienti, dove nemmeno la luce osava penetrare senza il permesso degli alberi, grossi e maestosi più delle torri degli uomini, che in confronto sembravano solo insignificanti.
Sdraiato come statua sulla rupe, dormendo, con le squame una volta di un blu lucente, ora grigie come la pietra, immobile il corpo, mente impegnata in problemi tanto complessi che la carne, il cibo, niente era più importante.
Niente a che vedere con le figure dei suoi simili raffigurati sugli stemmi, sugli scudi e sugli stendardi dei mortali, che mendacia mente si vantavano di averli sconfitti con il ferro e il veleno.
Nessun uomo poteva solo pensare di restare vivo allo sguardo della montagna vivente, con ali tanto grandi da oscurare il sole e artigli che sfidavano gli dei, se mai sono esistiti, ad affrontarlo.
Ma ormai nessuno richiedeva udienza per beneficiare della sua incommensurabile saggezza, o il suo fuoco per forgiare armi invincibili… nemmeno gli antichi nemici erano sopravvissuti.

Si incontrarono dopo il tramonto, per caso, gli ultimi due.
L'indecenza della mietitrice d'anime e la maestà di un antico dio dimenticato.
Lui dopo millenni aprì i suoi occhi, lei sorrise di disperazione.
Lei cercava il suo sangue per continuare ad esistere, Lui sapeva già tutto, e tutto era niente in confronto a lui.
Lei non poteva sperare di vincere, lui sapeva che era l'ultima.
La morte che scivola spiccò un salto, il drago si sollevò in aria con tutta la sua immensa mole vomitando fuoco, spiegando le ali, contraendo le membra.
Per un secondo la solitudine prevalse sugli antichi odi, sugli antichi rancori.
Quel secondo bastò a purificare la sua anima lurida in un torrente di fiamme, e a lui a concedere per l'ultima volta il suo prezioso sangue, con tutto il suo cuore infuso.
Rimase solo una donna che, immortale, camminava alla luce dell'alba mostrando al collo uno zaffiro incastonato in un artiglio d'oro bianco.
Rimasero loro, insieme.

venerdì 7 aprile 2017

Grey Coat

Io mica lo conoscevo.
Nel senso, l'ho visto una sola volta e non è che fosse proprio socievole; certo, più della madre, un altro mezzo lupo grigio, ma non brillava certo per l'espansività. Mi guardava diffidente.
Era enorme, cazzo, una delle bestie più grosse che avessi mai visto.
La padrona mi aveva detto che pesava sui quaranta chilogrammi, ma io non me li ero mai configurati, quaranta chilogrammi di cane, abituato come sono alle mie due sgorbiette che ne pesano dieci l'una di pura stronzaggine.
Salii in auto e c'erano loro, madre e figlio: lei che mi guardava sottecchi cercando ogni modo per scappare via (standard di razza, dicono, ma io mica ne sono convinto) e lui che invece mi osservava e basta, con quel faccione enorme, che solo la testa era grande quasi quanto uno dei miei sgorbi.
Mi inquietava.
Allungò il muso sopra la mia spalla, forse per controllare che fosse tutto a posto, mentre io iniziavo a sudare freddo; io che mai dei cani ho avuto paura in vita mia. Ma era davvero enorme.
Mossi lentamente il braccio verso lo zaino (evitare i movimenti bruschi!) e presi un biscotto che mi ero portato a posta per l'occasione, dalla tasca.
Lo annusò neanche tanto dubbioso, lo ingurgitò con mezzo movimento della mandibola e continuò a fissarmi con quei suoi occhi cauti ma non cattivi.
Fu allora che mi resi conto che tutti i racconti che mi avevano fatto erano veri.

Era così il Nini. Enorme. Ingombrante. Perfino inopportuno.

"Ma non ti lecca mai?"
"No, non è un tipo espansivo, almeno non a quella maniera"
Ma aveva altri modi per farsi adorare e me ne sono accorto perfino io, in quel poco tempo che l'ho conosciuto.

Non avevo mai visto da vicino un cane lupo, di nessun genere, men che mai un cecoslovacco. Solo delle foto ogni tanto che, per quanto possano essere belle, non ti daranno mai l'idea di come sia realmente un cane. Non ti rendi conto davvero di che bestie siano questi animali finchè non te ne ritrovi uno davanti che ti fissa.
E il Nini, cazzo se ti fissava! Non ti toglieva gli occhi di dosso.
Ma non era per cattiveria. Un po' per tenerti d'occhio (standard di razza!), un po' perché magari potevi dargli qualcosa da mangiare, lo stronzo.
Aveva una fame atavica, si faceva venire pure il moccolo a lato del muso. Una roba che non ci si crede.
E pattinava sul pavimento. Se correva troppo per casa e prendeva un angolo troppo stretto, perdeva il drift e capitombolava finendo tipo Carla Fracci alla Scala facendo un Knee Slide, ma con molta meno grazia.

Era così il Nini. Grande, grosso, goffo, vorace.

Dovunque tu sia ora, sono sicuro che stai insegnando agli angeli canini come dormire a palle all'aria, ma con stile.